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Img DANNI CEREBRALI DA IPOSSIA-ISCHEMIA PERINATALE: UNA RICERCA AIAS img

Prevenzione dei danni cerebrali da ipossia-ischemia perinatale. L’AIAS di Sgurgola (Frosinone) e l’Università di Roma “Tor Vergata” stringono una collaborazione per implementare la ricerca sulla comprensione e la prevenzione dei danni neurologici e muscolari di una patologia che, ancora oggi, colpisce un neonato su quattromila.

Oggi circa 5 milioni di bambini in tutto il mondo sono colpiti da danni neurologici e muscolari indotti da ipossia-ischemia perinatale: la metà di essi presenta un quadro clinico neuromotorio gravemente compromesso con tetraplegie e paraplegie spastiche, l’atra metà manifestano problemi neurologici di vario tipo, come epilessia e/o rallentamento nell’apprendimento e nella capacità di memorizzazione. L’ipossia-ischemia perinatale è un’importante causa di danno cerebrale, infatti, che può anche determinare la morte ma molto spesso porta ad alterazioni neurologiche permanenti nei neonati. Attualmente non esistono terapie disponibili per questa condizione che colpisce circa 1 su 4 mila neonati a termine.

L’AIAS di Sgurgola (Frosinone), Sezione per la ricerca scientifica, d’intesa con il Dipartimento di Fisiologia di Neuroscienze dell’Università di Roma “Tor Vergata” (Facoltà di Medicina e Chirurgia), ha sviluppato una ricerca per la comprensione e prevenzione dei danni neurologici e muscolari indotti da ipossia-ischemia perinatale o durante la vita fetale, attraverso la costituzione di un gruppo di lavoro in grado di studiare tale problematica utilizzando diverse tecnologie e metodiche sperimentali. In particolare il progetto di ricerca è volto allo studio dei meccanismi fisiopatologici cellulari e molecolari, a livello neuronale, responsabili della spasticità che si instaura in seguito al danno anossico perinatale: un programma è iniziato nel 2005 di intesa con il Dipartimento di Neuroscienze dell’Università “Tor Vergata” di Roma. Il gruppo di ricerca è composto dalla dottoressa Giovanna D’Arcangelo, dalla dottoressa Margherita D’Antuono, dal dottor Francesco Antonelli, ed è guidato dalla professoressa Virginia Tancredi, docente associato di Fisiologia della Facoltà di Medicina e Chirurgia all’Università di Roma “Tor Vergata”.

L’Associazione sta attualmente registrando un incremento di adesioni e di iniziative, e si avvale di un comitato scientifico, nonché di personaggi di rilievo nel campo della ricerca biomedica: professor Vittorio Colizzi specialista in Patologia generale dell’Ateneo di “Tor Vergata”, docente nel Dipartimento di Biologia cellulare e molecolare, il dottor Angelo D’aliesio specialista in Medicina Omeopatica e Fitoterapia, il professor Eugenio Luigi Iorio, specialista in Biochimica clinica, la dottoressa Antonietta Giuliani specialista in Ginecologia, la dottoressa Alba Zuccaro specialista in Pediatria.

Ci siamo rivolti al dottor Francesco Antonelli, Presidente della locale Sezione AIAS, nonché promotore del Progetto e ricercatore lui stesso, che ci ha illustrato la dimensione del problema e gli sviluppi della ricerca con le relative necessità economiche.

Quanti sono i bambini colpiti da questo genere di manifestazioni patologiche?

“Ogni anno, in tutto il mondo, vengono colpiti circa 4-5 milioni di bambini. Una percentuale piuttosto elevata”.

Quali sono le conseguenze causate dai danni ipossico-ischemici?

“Il danno cerebrale ipossico ischemico prenatale e perinatale è il fattore maggiormente responsabile della mortalità e morbilità di neonati e spesso porta a ritardo mentale, epilessia, difficoltà di apprendimento e disabilità motorie. La patogenesi di questo danno è piuttosto complessa, dal momento che è correlata ad una cascata di eventi tossici tempo-dipendenti

Si tratta di fenomeni simili a quelli descritti nell’ictus del paziente adulto?

“Sì, ma la gravità con cui questi danneggiano il cervello immaturo è profondamente influenzata dall’età fetale, perché dipendente dallo stato dei processi di sviluppo critici quali la proliferazione, migrazione, differenziazione, mielinizzazione come nella regolazione del flusso sanguigno cerebrale”.

Che cosa è stato dimostrato, o meglio scoperto, in questi due anni di ricerca scientifica?

“I nostri primi esperimenti hanno dimostrato che l’anossia induce sui neuroni dell’ippocampo una depolarizzazione duratura, e che il periodo di riperfusione sembra essere quello più critico che può portare a morte cellulare, dovuto a stress ossidativo”.

Si sente parlare molto spesso di “stress ossidativo” e talvolta si fa un po’ di confusione.

“Si parla di stress ossidativo quando c’è una condizione di esagerazione di produzione di molecole instabili molto reattive che si formano in maniera incontrollata, in particolar modo, nel nostro caso, dalla riduzione dell’ossigeno molecolare da parte di enzimi che mutano durante il periodo ipossico-ischemico, ma le sorgenti dello “stress ossidativo e quindi un’ esagerata produzione di molecole radicaliche sono molteplici, purtroppo gli effetti sono seri e si manifestano con la senescenza precoce

e un aumento di rischio di malattie cronicodegenerative,come l’infarto, l’ictus, la demenza, il parkinson, l ‘artrite e i tumori.

Quindi è indispensabile la ricerca in tal senso?

“Certamente, l’unico problema è che la ricerca ha bisogno di tempo dovuta alla propria complessità, inoltre l’utilità non è immediata”.

Quali sono le prospettive del settore?

“Lo studio dei meccanismi responsabili dell’atrofia muscolare, conseguente a spasticità e l’eventuale prevenzione, insieme allo studio di strategie innovative per il recupero neuromotorio. In futuro la ricerca si muoverà in questa direzione”.

Quali sono le necessità economiche per far fronte agli sviluppi della ricerca?

La ricerca si potrà sviluppare allo studio dei meccanismi responsabili dell’atrofia muscolare quale causa della spasticità e all’eventuale loro prevenzione, se le risorse finanziare lo permetteranno. Una speciale apparecchiatura dal costo totale di Euro 45.000.00, da mettere a disposizione dei ricercatori impegnati in questo progetto di ricerca, è strumento essenziale e irrinunciabile per analizzare i problemi di ordine neuromuscolare e come cercare i risolverli.

Come pensate di reperire questa cifra che si dimostra essenziale per la buona riuscita del Progetto di ricerca?

Continueremo con le nostre forze questa nostra battaglia. Certo che oltre al contributo di cittadini di buona volontà, contiamo nella comprensione dell’AIAS Nazionale e di tutte le Sezioni radicate sul territorio Nazionale. Il contributo potrà essere devoluto direttamente al Dipartimento di Neuroscienze, oppure all’Associazione AIAS onlus, sezione di Sgurgola.

Intervista raccolta da Maurizio Scotacci


Img L´INTELLIGENZA EMOTIVA img

Per molti secoli si è ritenuto erroneamente che l'unica intelligenza fosse quella razionale. Ecco tutta la verità sulle nostre "intelligenze", abilità e competenze.

Per molti secoli si è erroneamente ritenuto che l'unica intelligenza fosse quella razionale. Questa credenza ha portato, all’inizio del 900, all’ideazione della prima scala standardizzata di valutazione dell’intelligenza per quantificare in termini di quoziente intellettivo il rapporto tra età mentale ed età cronologica. Questa visione di intelligenza come unica, a carattere generale e universale, determinata geneticamente e misurabile con il quoziente intellettivo (Q.I.), ha avuto un’influenza notevole su tutta la cultura occidentale. Fino a qualche decennio fa, infatti, si considerava il Q.I. come un prerequisito essenziale del successo nella vita. Persino oggigiorno se ci chiedessero di elencare i fattori che portano un individuo ad avere successo nella vita o nel lavoro probabilmente ai primi posti della lista metteremmo un'intelligenza vivace, una carriera scolastica brillante, precise competenze professionali e, probabilmente, alcuni fattori legati alla sorte, come ad esempio l’ aspetto fisico avvenente e la fortuna. Tutto vero, ma non basta. Pensiamo ad esempio ad una persona con una straordinaria intelligenza, brillante dal punto di vista accademico, competente sul piano lavorativo, ma superba, irritabile, incapace di trattare con le altre persone e di gestire le proprie emozioni: nonostante le sue competenze professionali e la sua intelligenza, non siamo affatto sicuri che avrà successo. Per avere successo nella vita, in qualsiasi ambito, sono necessarie anche altre caratteristiche.

Daniel Goleman le definisce sinteticamente con il concetto di "intelligenza emotiva" e le qualifica come un modo particolarmente efficace di trattare se stessi e gli altri. Tra le caratteristiche dell’intelligenza emotiva rientrano ad esempio: la capacità di motivare se stessi e di continuare a perseguire un obiettivo nonostante le frustrazioni; la capacità di controllare gli impulsi e rimandare la gratificazione; la capacità di modulare i propri stati d'animo evitando che la sofferenza ci impedisca di pensare; la capacità di essere empatici e di sperare. Più in generale, alla base dell'intelligenza emotiva ci sono due grosse competenze: una competenza personale, legata al modo in cui controlliamo noi stessi; una competenza sociale o relazionale, legata al modo in cui gestiamo le relazioni con gli altri. Entrambe le competenze sono caratterizzate da abilità specifiche. In particolare, alla base della competenza personale troviamo la consapevolezza, la padronanza di sé e la motivazione; alla base della competenza sociale troviamo invece l'empatia e le abilità nelle relazioni interpersonali.
 
Le abilità alla base della "competenza personale"
La consapevolezza di sé implica innanzitutto la capacità di riconoscere le proprie emozioni dando loro il significato appropriato. Dare il nome giusto a ogni emozione è il primo requisito fondamentale per una buona
competenza emotiva. In secondo luogo la consapevolezza di sé comporta una autovalutazione accurata delle proprie risorse interiori, delle proprie abilità e dei propri limiti e quindi porta sia alla percezione del proprio valore e delle proprie capacità, sia ad una sana fiducia in se stessi.
La padronanza di sé.
Seppur essa vada intesa fondamentalmente come autocontrollo, quindi come capacità di dominare le emozioni, non implica assolutamente la soppressione, il soffocamento o la negazione delle stesse. Da questo punto di vista se tutte le emozioni sono permesse, non tutte possono essere espresse in qualunque circostanza. Essere dotati di intelligenza emotiva significa essere in grado di gestire le proprie emozioni, essere quindi capaci di controllarle ed esprimerle nella modalità più appropriata ed efficace. Spesso la ragione per cui molte persone non esprimono appieno il loro potenziale risiede in una loro incompetenza emotiva, cioè in una incapacità di riconoscere, gestire e verbalizzare le proprie emozioni.
Le motivazioni.
Le motivazioni sono l’insieme di fattori che sollecitano e orientano ogni azione individuale. Consentono all'individuo di orientare il suo comportamento verso uno scopo e verso la soddisfazione di determinati bisogni. Le motivazioni sono regolate da specifici bisogni dell’individuo. Il più importante è il bisogno di auto-realizzazione. Tale bisogno è collegato al raggiungimento della propria realizzazione personale prefiggendosi obiettivi e mete interessanti, orientandosi al risultato e cercando di migliorare le proprie prestazioni. La motivazione è contraddistinta, inoltre, da
un atteggiamento ottimistico che consente alla persona sia di raggiungere le mete prestabilite superando gli eventuali ostacoli che si possono incontrare sia di concentrarsi sulle aspettative di successo piuttosto che sulla paura del fallimento.
Le abilità alla base della "competenza sociale"
L'empatia
Una solida competenza personale con la conseguente capacità di individuare correttamente le proprie emozioni, consente anche di mettersi in sintonia con le emozioni degli altri. Essere empatici significa far risuonare dentro
di sé i sentimenti degli altri come se fossero i propri ma senza dimenticare i propri, in una sorta di vicinanza senza confusione. E' l'accettazione incondizionata degli stati d'animo dell’altro così come vengono offerti nella relazione. Non si può discutere o negoziare il modo in cui gli altri provano un'emozione. Possiamo discutere o disapprovare i comportamenti, ma non le emozioni sottostanti. L’empatia è quella qualità che ci consente di comprendere lo stato d’animo altrui e di interagire in modo adeguato con gli altri. Nell'essere empatici, accanto alla condivisione delle emozioni, c'è anche la valorizzazione degli altri, che si manifesta nel credere nelle persone, nel mettere in risalto e potenziare le loro abilità, nel sostenere la loro autonomia, nel rispettare le loro diversità individuali, etniche e ideologiche, nell'utilizzare le differenze come opportunità e risorse. 
La comunicazione.
La comunicazione è alla base di ogni scambio relazionale; essa è sempre un fatto sociale. Imparare a comunicare con gli altri sia sul versante verbale che su quello non verbale è di fondamentale importanza soprattutto perché
durante una conversazione solo il 10% della comunicazione è legata a ciò che diciamo, il restante 90% della comunicazione avviene sul piano non verbale (30% il tono -60% gestualità e linguaggio del corpo). In conclusione, si può affermare che non esiste solo un'intelligenza di tipo cognitivo, ma ne esiste un'altra, di pari importanza, di tipo emotivo/relazionale, che ci consente di capire meglio noi stessi e di interagire in modo più efficace con gli altri. Ci aiuta a comunicare con gli altri con assertività e spontaneità; ci consente di esprimere le nostre opinioni rispettando e le idee altrui.
Intelligenza emotiva e ritardo mentale
Numerosi studi sull’intelligenza emotiva e sul ruolo delle emozioni nell’architettura cerebrale sottolineano come lo sviluppo delle diverse funzioni della mente implichi un dialogo continuo tra sfera emotiva e sfera cognitiva; da un
lato la gestione dei vissuti emotivi e delle relazioni dipende dalla capacità di rielaborazione cognitiva, dall’altro le stesse emozioni organizzano le informazioni, garantendo l’accesso ad alcune informazioni, ma escludendone altre.
Non ci sono evidenze che le persone più intelligenti sul versante logico-deduttivo siano proporzionalmente intelligenti sul versante emotivo e viceversa. Inoltre, il Quoziente Intellettivo tende a stabilizzarsi sulla misura raggiunta nei primi vent'anni, l'apprendimento e l'evoluzione dell'intelligenza emotiva pare prosegua tutta la vita. Nel definire il Ritardo Mentale, il DSM IV-TR (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, IV Edizione) utilizza un modello
eccessivamente semplicistico di intelligenza, ancora intesa come riducibile ad un fattore generale, esprimibile attraverso un'unica quantità oggettivamente misurabile: il Q.I. Per questa ragione, oggigiorno, è necessario che la classificazione del ritardo mentale come disturbo tenga conto maggiormente della complessità connessa al concetto di intelligenza. La determinazione del livello intellettivo non può essere ottenuta basandosi esclusivamente sulla valutazione del QI, ma deve essere basata su tutte le informazioni disponibili: ossia spostando l’attenzione su aspetti più qualitativi dell’intelligenza, comprendenti l'evidenza clinica, l’adattamento sociale (giudicato in relazione al contesto culturale in cui il soggetto è inserito) e la prestazione ai test psicometrici utili, in questo senso, le indicazioni ddell’Organizzazione Mondiale della Sanità secondo la quale l'intelligenza non è una caratteristica unitaria, ma deve essere valutata in base ad un ampio numero di differenti abilità più o meno specifiche. Questo implica la possibilità di ampie discrepanze, per cui una persona può mostrare gravi compromissioni in una particolare area (ad es. il linguaggio) e abilità cognitive aumentate in un’altra (ad es. nei compiti visuo-spaziali semplici) anche su uno sfondo di ritardo mentale grave. 
 
Serena D’Alessandro

Img IN TEMA DI RIABILITAZIONE NEUROPSICOMOTORIA img
L’evoluzione culturale delle “scienze riabilitative” ha comportato una serie di proposte concettuali e operative finalizzate alla cosiddetta “mentalizzazione” dei processi senso-percettivi e delle espressioni motorie.
 
In quest’ottica si progredisce al passo con il vivace e continuo arricchimento del dottrinale neuropsicologico. Si pongono, pertanto, prospettive che riguardano il gradiente integrativo della manifestazione motoria dal momento esecutivo (che soggiace a leggi di meccanica articolare e di chinesiologia dinamica) alla fase organizzativa (sottesa da leggi neurofisiologiche) fino all’aspetto motivazionale che impregna il movimento di intenzionalità, finalismo e comunicazione. Da questi progressivi parametri prende corpo il concetto della “neuropsicomotricità”.

    In tema di riabilitazione neuropsicomotoria

 
L’evoluzione culturale delle “scienze riabilitative” ha comportato una serie di proposte concettuali e operative finalizzate alla cosiddetta “mentalizzazione” dei processi senso-percettivi e delle espressioni motorie.
 
In quest’ottica si progredisce al passo con il vivace e continuo arricchimento del dottrinale neuropsicologico. Si pongono, pertanto, prospettive che riguardano il gradiente integrativo della manifestazione motoria dal momento esecutivo (che soggiace a leggi di meccanica articolare e di chinesiologia dinamica) alla fase organizzativa (sottesa da leggi neurofisiologiche) fino all’aspetto motivazionale che impregna il movimento di intenzionalità, finalismo e comunicazione. Da questi progressivi parametri prende corpo il concetto della “neuropsicomotricità”.
 
Questa disciplina impone all’operatore una valutazione di qualsivoglia espressività che parta dagli elaborati percetto-ideativi e programmatici, percorra l’interfaccia degli adattamenti neurofisiologici pre-esecutivi e si volga verso una realizzazione che conferisca al gesto un significato preposizionale, alle emissioni fonetiche precise connotazioni di parola-simbolo e alla generica operatività attributi motivazionali e capacità relazionali.
 
In ottica terapeutica ogni pianificazione strategica deve necessariamente fare ricorso a tattiche metodologiche e di tecnica operativa che sfruttino euristicamente il “tramite corporeo” per la interiorizzazione dei messaggi e per la produzione di programmi finalizzati. Processo di interiorizzazione che implica un precipuo riferimento alle funzioni nervose superiori (attenzione, prattagnosie, categorie spazio-temporali, schema e vissuto corporei, procedimenti logici, etc.) affinché le metodologie e le tecniche terapeutiche proprie della neuro-psicomotricità possano integrare nel campo della coscienza le multiformi esperienze afferenziali con le valenze cognitive, affettive e motivazionali del “insieme personalistico”, per la rappresentazione di un “programma” e la realizzazione di un compito finalizzato.
 
Attesa la rilevante importanza di ogni sforzo operativo in campo pedagogico e didattico, va sottolineata la necessità dell’intervento neuroriabilitativo in considerazione del fatto che l’organizzazione ed il comportamento neuropsicomotorio costituiscono un correlato morfofunzionale integrativo ed espressivo della personalità, in quanto funzioni cognitive e funzioni motorie quali elementi fondamentali delle manifestazioni caratteriologiche adattive, restano profondamente legate nel loro sviluppo e nel loro esprimersi da interazioni reciproche che sintetizzano in misura unitaria i diversi livelli di integrazione singolarmente raggiunti.
 
La terapia quindi non va compiuta come mero esercizio; deve diventare “relazione”. Se ne intuisce l’importanza e la grande applicabilità in specie in età evolutiva dove le capacità adattive del sistema nervoso centrale sono massime.
 
La riabilitazione si propone sia in vista di un recupero funzionale dei deficit neuropsicomotori nell’ottica di una restrutturazione guidata della personalità (concetto dell’attuazione di sé di Goldstein) sia nella prospettiva del reinserimento del disabile nell’ambito produttivo della società (concetto di persona produttiva di Fromm). Rush ha opportunamente definito la riabilitazione come terza fase della medicina. In effetti questo “ terzo elemento” è intervenuto a modificare profondamente i rapporti e la possibile “progressione”: danno → disabilità → handicap sociale (o con più attuale e appropriata terminologia, in linea con i suggerimenti dell’OMS: danno → livello di attività → partecipazione sociale), nel momento in cui questa nuova fase medica ha utilizzato studi e ricerche per identificare le componenti biologiche del deficit di prestazione neuropsicomotoria e si è volta a proporre e attuare metodiche e tecniche terapeutiche per ottenere il miglior recupero anche attraverso lo sviluppo di funzioni vicarianti.
 
Le direttive terapeutiche su base chinesiologica e psicologico-comportamentale attengono a prospettive di recupero globale integrando, nel concetto della restrutturazione della personalità, il campo delle prestazioni motorie con la riqualificazione dei livelli dello “psichismo” destrutturati dal processo di dissoluzione patologica ed automaticamente orientati a tentare nuovi modi di agire e reagire estranei alla precedente definizione storica e culturale. I trattamenti fisiochinesiterapici, la logoterapia e la “occupation therapy” (riordinamento delle funzioni prattognostiche) si inscrivono tra gli elementi di spinta nell’assetto restrutturativo della personalità esorbitando le finalità che attengono semplicemente alla definizione goniometrica del movimento e della ricognizione referenziata dell’oggetto. La riorganizzazione di schemi motori attraverso canali guidati di afferenze cinestetiche si inserisce nel piano restrutturattivo alimentando le funzioni percettive, fondamentale presupposto per gli elaborati ideici di giudizio e critica.
 
Le suesposte condizioni dottrinali sottolineano ancora una volta la necessità di un corretto profilo funzionale che, elaborato ad un esperto neuroriabilitatore, possa identificare le capacità residue e potenziali del soggetto.
 
Il neuroriabilitatore opererà in vista dell’applicazione di metodiche neuropsicologiche, nell’ottica di un compenso e recupero funzionale per i deficit di attività nervose superiori (sensopercezione, organizzazione prattognistica, linguaggio, calcolo, etc.) che costituiscono le cosiddette capacità “modali” per le quali è sempre possibile il tentativo di recupero funzionale qualora ci si trovi ancora in presenza di un necessario “quantum” di capacità sopramodale (capacità astrattiva, fattori di intelligenza generale).
 
In ottica neuropsicologica, se intendiamo per qualità modale una “funzione” rappresentata in un’area corticale e in un emisfero, possiamo proporre una metodologia riabilitativa (neuroriabilitazione cognitiva) che prenda le mosse dalle teorie della compensazione funzionale propugnate da Lauria. In tal senso l’attività nervosa superiore (funzione modale) deve essere interpretata come la risultante (per lo meno nella sua più corretta estrinsecazione) di una serie di sottofunzioni tra loro intimamente correlate. Pertanto, “funzioni” esteriormente dissimili possono trovare punti nodali di collegamento. Ad esempio la prassia spaziale e il calcolo sono parimenti sottesi da sottofunzioni che riguardano l’analisi e sintesi simultanea, il ritmo e le abilità visuospaziali. Altro esempio è la scrittura alla cui espressione grafemica concorrono funzioni cinestetiche, preprogrammi di movimento ed immagini acustiche e visive per trasferire il sistema dei fenomeni in grafemi e i grafemi nelle scorrevoli sequenze degli atti motori della scrittura stessa. Il che significa che un tentativo di compenso può avvenire attivando anelli ancora operanti in una complessa catena funzionale.
 
Il suddetto approccio metodologico si propone in misura ancora più convincente per i problemi connessi ai disturbi evolutivi specifici dell’apprendimento (DESA) che proprio in età scolare vengono riguardati nell’ottica del loro possibile recupero funzionale.
Di fatto la lettura, la scrittura, il linguaggio, il calcolo, etc., esprimono funzioni o moduli più o meno complessi per la cui estrinsecazione occorre l’armonica interazione di peculiari moduli funzionali (“prerequisitt”) che rappresentano anelli più elementari per la costruzione di un preciso “compito) (“performances funzionali”).
 
E’ proprio in quest’ambito che la terapia neuropsicomotoria si pone in modo prioritario ed indispensabile poiché è proprio della riabilitazione neuropsicomotoria (in specie nel suo versante neuropsicologico) la costituzione in chiave “cognitivistica” di una “prestazione” o di specifiche attività partecipative.
 
Le nuove normative offrono l’opportunità di ulteriori proseguimenti scolastici per “disabili”. Proprio alla luce di questa prospettiva si giustificano le suesposte considerazioni affinché non si verifichi una sempre possibile “discrepanza” tra aspettative di apprendimento e realtà neurobiologica. Appare pertanto opportuno porre l’accento sulla necessaria continuità dell’intervento neuroriabilitativo proprio del periodo scolastico ricordando che la plasticità rappresenti una interessante connotazione del sistema nervoso nel periodo infanto-adolescenziale della vita. Infatti l’autonoma spinta evolutiva dei soggetti con danno cerebrale può risultare negativa, se non costantemente guidata, poiché implica un adattamento alla patologia con il tempo sempre più irreversibile, con possibilità di una riorganizzazione difettuale e disarmonica delle funzioni nervose prevalentemente operanti in strutture gerarchicamente inferiori secondo i noti principi della dissoluzione Jachsoniana e della teoria organo-dinamica di Ey Rouart.
 
Prof. Francesco Nicoletti
Professore di Clinica delle malattie nervose e mentali
Docente di Riabilitazione neurologica dell’Università
Presidente del Comitato tecnico-scientifico AIAS nazionale

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